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Analyses Last Updated: Jun 9, 2019 - 9:29:35 AM


Perché il Partito comunista cinese continuerà a difendere la repressione di Tiananmen
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Jun 8, 2019 - 11:30:28 AM

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(COMBO) In this
        combination of pictures created on May 29, 2019, a file photo
        (top) taken on June 6, 1989 shows People's Liberation Army (PLA)
        tanks and soldiers guarding Chang'an Avenue leading to Tiananmen
        Square in Beijing two days after their crackdown on
        pro-democracy protesters; and a photo (bottom) taken on May 29,
        2019 shows traffic on Changan Avenue in front of flags flying at
        Tiananmen Square in Beijing. - Thirty years after the crackdown
        on Tiananmen protesters, the tanks that lined Beijing's central
        avenue have been replaced by countless surveillance cameras
        perched like hawks on lampposts to keep the population in check.
        (Photo by Greg Baker and Manny CENETA / AFP) (Photo credit
        should read GREG BAKER,MANNY CENETA/AFP/Getty Images)

L’Esercito popolare di liberazione a piazza Tiananmen, giugno 1989. Foto di Greg Baker, Manny Ceneta /AFP/Getty Images.

Giorgio Cuscito, LIMES, 4/06/2019

BOLLETTINO IMPERIALE Il governo di Xi Jinping rivendica la gestione dei “tumulti politici” del 4 giugno 1989. Oggi come trent’anni fa, la stabilità della Repubblica Popolare e di chi la comanda è prioritaria rispetto alle eventuali aperture in senso democratico.


Per la Cina, il 4 giugno è uno dei momenti più delicati del 2019 poiché ricorre il trentesimo anniversario delle proteste di piazza Tiananmen, a Pechino. Quel giorno del 1989, su ordine di Deng Xiaoping, l’Esercito popolare di liberazione (Epl) usò la forza per sgomberare i manifestanti riunitisi da quasi due mesi nel centro della capitale per chiedere democrazia. Furono uccise centinaia, se non migliaia, di persone.


La decisione di Deng ha rappresentato un crocevia nella storia della Repubblica Popolare. Da quel momento, il Partito ha rafforzato il controllo sulla popolazione, nel timore che l’ipotesi di una trasformazione del sistema politico ne mettesse a repentaglio la supremazia e potesse destabilizzare il paese.


Per queste ragioni, oggi il governo del presidente Xi Jinping e i suoi organi di stampa difendono le scelte compiute quel 4 giugno . Un editoriale del Global Times, versione inglese del Huanqiu Shibao, ha definito gli “incidenti” di Tiananmen “come un vaccino per la società cinese” che l’ha resa “immune contro qualunque grande tumulto politico futuro”. L’articolo afferma anche che “lasciar cadere l’incidente ha aiutato il paese a lasciare l’ombra alle spalle, evitare le dispute, aiutare i cinesi ad affrontare il futuro”. Pochi giorni prima della delicata ricorrenza, Wei Fenghe, generale e ministro della Difesa, ha detto che il Partito adottò la “politica corretta” per domare quel “tumulto politico”. Wei ha rilasciato questa dichiarazione durante lo Shangri La Dialogue, l’importante forum sulla sicurezza che si svolge ogni anno a Singapore. Raramente funzionari cinesi di alto livello parlano pubblicamente del 4 giugno.


Sfidare la narrazione del “tumulto” sarebbe percepito a Pechino come un tentativo di dividere il Partito e di rinnegare il retaggio di Deng, che ebbe il merito di lanciare nel 1978 la politica di riforma e apertura. Xi Jinping vorrebbe emulare e superare quanto fatto dal “piccolo timoniere” nel cambiare la struttura dell’economia cinese, poiché quella attuale basata fortemente sulle esportazioni e meno sui consumi sta giungendo a maturazione. Xi ha più volte ribadito che non sono previste trasformazioni in stile occidentale e che la leadership del Partito non è in discussione. La necessità di “restare fedeli alla missione originaria” è acuita dall’inasprirsi della competizione economica, tecnologica, militare e culturale con gli Usa, che dell’Occidente sono l’emblema.


Tabù Tiananmen


Da diversi mesi, le autorità cinesi hanno rafforzato le misure per impedire nuove “tempeste politiche”, celebre formula usata a livello ufficiale per ricordare il 4 giugno. Non solo il governo centrale ha elevato il monitoraggio nell’Università di Pechino (uno dei fulcri di quella protesta e del movimento 4 maggio) e in altri atenei, arrestando probabilmente alcuni studenti; anche i controlli già ferrei esercitati su Internet sono stati irrobustiti. Piattaforme streaming come YY, Bilibili, Huya, Douyu hanno aggiornato i propri sistemi per bloccare alcune funzioni a cavallo del 4 giugno; per esempio la registrazione di nuovi account, il cambio delle foto profilo e la pubblicazione di commenti ai video in diretta. In questi giorni. Wikipedia è stato aggiunto alla lista delle piattaforme occidentali solitamente oscurate, come Facebook, Google, Instagram e Twitter. Su quest’ultima, centinaia di account appartenenti a dissidenti cinesi sono stati bloccati pochi giorni prima dell’anniversario. L’azienda sostiene che è stato un incidente, ma negli Usa non si esclude lo zampino cibernetico di Pechino. Lo spot della Leica in cui un fotografo immortala l’iconica scena dell’uomo davanti al carrarmato in piazza Tiananmen è stato censurato dai social media cinesi. L’azienda, che collabora con Huawei, ha poi cercato di prendere le distanze dalla pubblicità.


Hong Kong è l’unico luogo della Repubblica Popolare dove è possibile manifestare per ricordare il 4 giugno e visitare il museo dedicato a quel giorno. La Regione ad amministrazione speciale beneficia ancora di diverse libertà sociali, politiche ed economiche, eredità del processo di restituzione dell’isola da parte del Regno Unito. A ogni modo, la formula “un paese, due sistemi” che regola l’ex colonia britannica è sempre meno efficace. Tale tesi è confermata dal fatto che il governo locale intende adottare una legge sull’estradizione con cui i criminali potrebbero essere trasferiti nella Cina continentale per essere giudicati. A Hong Kong i sostenitori del movimento pro-democrazia temono che Pechino potrebbe servirsi della legge per arrestare coloro che criticano il Partito. Il dibattito potrebbe acuire le proteste hongkonghesi tra il 4 giugno e il prossimo 4 luglio, giorno in cui la Cina celebra la restituzione dell’ex colonia britannica.


Il crocevia del 4 giugno


L’evento che innescò le prime manifestazioni a Pechino fu la morte di Hu Yaobang per attacco cardiaco il 15 aprile del 1989. Deng lo aveva estromesso dal ruolo di segretario di Partito due anni prima poiché non era riuscito a sedare le manifestazioni degli studenti che chiedevano maggiore democrazia. Hu, ricordato per le sue posizioni più liberali, divenne un simbolo del malcontento dei giovani, legato alla corruzione e al nepotismo che caratterizzavano il Partito. Nei mesi successivi, la leadership cinese dibatté a lungo su come fronteggiare il protrarsi e il propagarsi delle protese nella capitale e nel resto della Cina. Zhao Ziyang, che aveva sostituito Hu, era disposto a confrontarsi con i rappresentanti dei manifestanti, che volevano che Hu fosse ricordato con maggiori onori. Il premier Li Peng e Deng volevano invece reprimere il dissenso. Alla fine prevalse la loro posizione e Zhao fu messo agli arresti domiciliari (vi è rimasto fino alla morte, nel 2005). Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, le Forze armate cinese marciarono verso piazza Tiananmen.


Diversi governi stranieri condannarono l’operato cinese. Gli Stati Uniti attuarono contro la Repubblica Popolare delle sanzioni economiche, che prevedevano anche la sospensione della vendita di armi e di equipaggiamenti per la sorveglianza, il controllo della popolazione e la censura. Larga parte di queste restrizioni sono state poi rimosse, ma Pechino non ha ancora ottenuto la completa cancellazione. I “tumulti” di Tiananmen causarono la battuta d’arresto del processo di riforma e apertura, che Deng rivitalizzò nel 1992, con il famoso viaggio nel Sud della Cina.


Il percorso della Cina


È assai improbabile che nella Cina di Xi si verifichino manifestazioni di protesta paragonabili a quelle del 1989. Il benessere raggiunto dal paese negli ultimi quarant’anni ha consentito a Pechino di guadagnare complessivamente la fiducia della popolazione. Come ricordato dal Financial Times, l’economia cinese è 37 volte più grande rispetto al 1978. In più, 850 milioni di persone sono state elevati dalla soglia di povertà. Inoltre, le misure adottate da Xi per far fronte a un anno colmo di anniversari delicati come il 2019 lasciano intendere la risolutezza di Pechino davanti a possibili episodi di protesta.


Eppure, tali fattori potrebbero venire meno nel lungo periodo. L’economia infatti cresce più lentamente rispetto al passato e, come affermato dallo stesso Xi, necessita di nuove riforme strutturali. Tali provvedimenti faticano ad arrivare, in parte a causa delle lotte di potere che sin qui hanno segnato il Partito. Allo stesso tempo, la classe media cinese continua a crescere e potrebbe in futuro chiedere maggiore voce in capitolo nelle questioni politiche. Infine, Pechino deve fare i conti con le minacce esogene. Storicamente, il governo cinese teme che i fattori di vulnerabilità endogena possano essere strumentalizzati dai paesi rivali per destabilizzare la propria leadership. È probabile che nel medio periodo Washington faccia leva nuovamente sulla questione dei diritti umani per colpire la Cina. Magari focalizzandosi su poli di instabilità geopolitica quali Xinjiang, Hong Kong, Tibet e rafforzando il legame con Taiwan, che Pechino vorrebbe riprendersi per completare il processo di unificazione nazionale.


Questi dossier rendono fragile il soft power cinese, che nel lungo periodo è un elemento necessario non solo per la stabilità interna, ma anche per l’espansione della propria influenza all’estero.


Carta di Laura Canali

Carta di Laura Canali


Source:Ocnus.net 2019

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